Le poche notizie biografiche finora
raccolte ci dicono che Giuseppe Agus nacque a Cagliari
nel 1722 è fu battezzato nella stessa città,
presso la Chiesa di Sant’Eulalia, nel marzo
dello stesso anno. Figlio di Vincenzo, musicista della
Cappella di Cagliari, Giuseppe Agus, all’età
di otto anni, fu mandato a studiare il violino a Napoli,
centro d’eccellenza dell’educazione musicale
nell’Italia settecentesca.
Al termine dei propri studi, Giuseppe Agus ormai ventenne,
tornò a Cagliari, ma, nonostante le pubbliche
attestazioni del suo talento musicale, non riuscì
a trovare un impiego degno del suo valore presso la
Cappella Musicale.
Le sue tracce si perdono per qualche anno ma, dal
1750, il suo nome appare sulla scena musicale londinese.
A Londra Agus ricoprì un ruolo di primo piano
nella vita culturale della città che, grazie
alla presenza di musicisti quali Händel e Johann
Christiann Bach, era considerata una delle capitali
della musica. Fu proprio la collaborazione con queste
due illustri figure del mondo musicale settecentesco
a determinare il successo e la credibilità
di Giuseppe Agus che ebbe modo di vedere pubblicata
la propria musica per i maggiori editori britannici.
A testimonianza dell’integrazione del compositore
cagliaritano nell’ambiente musicale londinese
ci è giunta l’opera comica A Love in
a Village, un lavoro collettivo tipico della musica
barocca, che ebbe repliche per oltre cinquant’anni
al Covent Garden, al quale diedero il proprio contributo
i massimi musicisti presenti a Londra intorno alla
metà del diciottesimo secolo trai quali Händel,
Abel, Galuppi, Paradisi, Arne, Boyce, Geminiani e
il nostro Agus.
Nonostante l’interesse dei cultori di musica
londinesi del ‘700 propendesse verso un gusto
tipicamente corelliano, usurato, ma ancora valido,
Giuseppe Agus, coraggiosamente, seguì strade
maggiormente rivolte alla novità. La sicura
stima ricevuta da Johann Christian Bach probabilmente
giocò un ruolo fondamentale nelle scelte artistiche
operate dal compositore sardo che intraprese senza
rimpianti la via dello Stile Galante di cui il Bach
Londinese fu il principale artefice.
I Notturni op.4 pubblicati per Welcker nel 1770 sono
un esempio tipico del nuovo stile. La scrittura per
due violini e violoncello non presenta alcuna parentela
con la sonata a tre che aveva decretato il successo
di Corelli. Le due voci superiori dialogano liberamente
e il violoncello non svolge più unicamente
la funzione di fondamento, ma viene chiamato anche
ad alcune piccole uscite solistiche. Non siamo ancora
di fronte ad una vera e propria scrittura per violoncello
obbligato, tant’è che nella partitura
vi è ancora la numerica per l’armonizzazione
del basso, ma quei brevi soli ci fanno arguire che
da parte di Agus vi era una forte volontà innovativa.
Le Sei Sonate op. VI pubblicate per Welcker nel 1775
sfoggiano un impianto formale moderno e solido e rappresentano
il pieno raggiungimento della maturità nella
produzione del musicista sardo per ciò che
riguarda sia le idee musicali sia la strumentazione.
La raccolta comprende due trii per violino, viola
e violoncello obbligato (per i quali sono previste
dal compositore le versioni alternative per due violini
e cembalo obbligato), due trii per due violini e basso
e due trii per flauto, violino e basso.
Tali varietà di proposte di organici strumentali
miravano al raggiungimento di un buon successo
commerciale; tuttavia si ravvisa in questo caso che,
contrariamente alle usanze dell'epoca, l’autore
dimostra una particolare attenzione a ben caratterizzare
le proprie composizioni in base agli strumenti
da utilizzare.
La prima coppia di trii (per violino, viola e violoncello)
prevede l’uso della viola in funzione concertante
in un rapporto del tutto paritetico rispetto al violino,
e questo fatto, analogamente a quanto detto per l’uso
innovativo del violoncello nei Notturni op. IV, rappresenta
un’importante novità. In quel periodo
la viola era considerata ancora come uno strumento
destinato quasi esclusivamente al ripieno in orchestra.
Nei due trii in questione, Agus, sostituendo il violino
con la voce più grave della viola, evita il
problema della distanza tra il violoncello e la parte
superiore, generalmente colmata dalla armonizzazione
del basso continuo. E’ quanto mai interessante
osservare come Agus, non troppo fuducioso sulle qualità
tecniche dei violisti e violoncellisti dell’epoca,
abbia comunque accluso alla pubblicazione una versione
alternativa dei primi due trii dell’Opera VI.
Tale adattamento prevede, oltre alla sostituzione
della viola con un violino, anche l’eventuale
avvicendamento del violoncello con il cembalo obbligato.
Nel caso di quest’ultimo arrangiamento, Agus
non si limita a una pura e semplice trasposizione,
come era prassi, ma, al contrario, si cimenta in un
timido tentativo di scrittura per tastiera.
Le Sonate n° 3 e 4 op. VI di Giuseppe Agus per
due violini e continuo sono forse le composizioni
più ricche di tutta la raccolta; non dovendo
rincorrere le soluzioni più sperimentali dei
primi due trii, il compositore, sfrutta appieno la
tradizione tartiniana e lancia i due violini in un
serrato dialogo che in alcuni momenti, come ad esempio
nello splendido Larghetto del Trio n° IV, ci fa
assaggiare passaggi espressivamente vibranti, attraverso
modulazioni sicuramente ardimentose rispetto alle
usanze dell’epoca.
Le ultime due Sonate op. VI sono destinate a un flauto,
un violino e basso continuo. Per quanto queste composizioni
paiano come quelle più convenzionali della
raccolta vanno apprezzate per la scrittura appropriata
alle possibilità tecniche del traverso. Il
compositore sceglie due tonalità piuttosto
comode per il flauto di allora (re maggiore e la maggiore)
e, evitando avventurose modulazioni, adotta una scrittura
lineare che consentiva una esecuzione accettabile
da parte di un buon dilettante, ma che il professionista
non avrebbe mancato di ornare, secondo la prassi corrente,
nelle frequenti circostanze previste dalla partitura.
Un’altra particolarità piuttosto interessante
è l’assenza di un movimento lento in
entrambi i trii. E’, questo, un fatto abbastanza
singolare visto che le qualità espressive del
flauto erano state ampiamente sfruttate da tutti i
maggiori compositori del Settecento. Ciò nonostante,
è opportuno sottolineare che anche tutte le
composizioni per flauto pubblicate dall’editore
Welcker, scritte in quel periodo da Johann Christian
Bach e Muzio Clementi, sono prive del movimento lento.
Le Sei Sonate op. VI godettero probabilmente di un
ottimo successo editoriale tanto da giustificarne
una successiva edizione, sempre a Londra, presso Longman
& Broderip.
Enrico Di Felice
Giuseppe
Agus (1722-1800)
Notturni op.4 - Sonate in trio op.6
Notturno in re maggiore op.4 n° 3 per due violini,
violoncello e basso continuo
1 Allegro non tanto 6’33’’
2 Tempo di Ciaccona 5’58’’
Sonata in re maggiore op. 6 n° 5 per flauto,
violino e basso continuo
3 Allegro 6’25’’
4 Allegro non tanto 2’38’’
Sonata in la maggiore op.6 n° 4 per due violini
e basso continuo
5 Moderato 6’30’’
6 Larghetto 3’46’’
7 Allegro non tanto 2’22’’
Sonata in do maggiore op.6 n° 1 per fortepiano,
violino e viola
8 Allegro moderato 5’03’’
9 Andante 3’52’’
10 Tempo di minuetto 5’15’’
Notturno in fa maggiore op.4 n° 6 per due violini,
violoncello e basso continuo
11 Larghetto 4’30’’
12 Tempo di Gavotta 2’38’’
Sonata in re maggiore op.4 n° 2 per violino,
viola e violoncello
13 Allegro 3’33’’
14 Andante 4’00’’
15 Allegro moderato 2’30’’
Sonata in la maggiore op.6 n° 6 per flauto,
violino e basso continuo
16 Allegro 4’52’’
17 Minuet 4’17’’
Ensemble L’Apothéose
Enrico Di Felice flauto traversiere
Fabrizio Cipriani e Marino Lagomarsino violini
Luigi Moccia viola - Bernhard Hentrich violoncello
Alessandra Medde fortepiano - Antonio Ligios chitarra
a cinque cori
Recorded in Cagliari, Italy (S. Maria del Monte’s
church) april 2001
Engineered and edited by EDF studio © Inviolata