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Ludwig van Beethoven
Serenata op.8 - Serenata op.25
A differenza di tanti suoi contemporanei,
Beethoven non ebbe fretta di pubblicare le sue prime composizioni
(1782-1792), e questo perché intendeva portare alla
conoscenza del pubblico solo opere profondamente pensate.
Convinto che la musica fosse un'arte troppo
importante per essere destinata al solo intrattenimento, egli
ne cambiò radicalmente la funzione, se non addirittura
la natura, e avrebbe così creato una nuova concezione
dell'artista, per il quale la musica viene dalla sua stessa
anima e la esprime totalmente.
Esteta rivoluzionario, le sue prime opere furono
frutto di una lenta maturazione al termine di anni di apprendistato
in cui la pratica delle partiture (organista del coro di Bonn
a 14 anni, nonché maestro accompagnatore a teatro)
avrebbe contato molto più per la sua formazione piuttosto
che le teorie insegnate da maestri a volte di dubbia competenza.
Quando si recò a Vienna nel 1792 per proseguire gli
studi, il giovane Beethoven esprimeva già un linguaggio
musicale così personale e così poco rispondente
alle norme tradizionali che venne ritenuto un allievo di poca
docilità: il tratto che caratterizzerà tutta
la sua attività compositiva è quello di creare
le sue proprie strutture, reinventando di conseguenza tutta
la musica del XIX secolo e oltre.
Il primo decennio del suo soggiorno a Vienna
fu segnato da una lunga serie di successi professionali: prima
stimato come virtuoso esecutore, poi apprezzato anche come
compositore, qualità che gli fecero guadagnare l'accesso
ai salotti delle famiglie più in vista con opere come
la Serenata op. 8, i Trii per archi op. 9 e il Settimino op.
20.
La Serenata op. 8 in Re maggiore (1797), sorridente
omaggio alle musiche notturne dell'epoca, non è tuttavia
un'opera priva di sorprese. Una Marcia gioiosa, alla quale
si frappongono dei riferimenti al Saltarello, prelude alla
Serenata propriamente detta: l'Adagio in cui il tempo sembra
aver abolito ogni traccia di consequenzialità, tanto
il canto dei tre strumenti, raddoppiandosi, rilasciandosi,
fondendosi talvolta in un discorso unico, crea un movimento
che nutre del suo flusso i temi ritmici e melodici in un costante
rinnovamento.
Il Minuetto, incisivo e malizioso, contaminato
da temi popolari, contrasta con il suo Trio, leggero e di
carattere fondamentalmente galante. Il tema del successivo
Adagio, che guarda al Romanticismo di fine secolo, viene interrotto
da un frenetico Scherzo. Alla ripresa dell'Adagio l'aria si
tinge di risonanze più profonde, più dolorose,
inattese come lo sono i silenzi e i rallentandi che per due
volte ancora introducono, seppur smorzando, alle ultime misure
i ritmi dell' Allegretto alla Polacca condotta con brio dal
violino solo alternato, nella fase centrale, da un brillante
assolo del violoncello.
L' Andante quasi allegretto varia con conduzione
alternata dei tre strumenti un tema di grande serenità,
in cui alcuni hanno ritenuto di incontrare influenze di Gluck,
che però viene intramezzato bruscamente da un Allegro
dagli accenti vivaci e incisivi. Dopo la ripresa il tema sembra
dissolversi nell'aria: ci si immaginerebbe un finale poetico,
ma ecco che ricompare la Marcia iniziale che chiude in maniera
sorprendente questa “festa galante”.
Beethoven scrisse numerosi brani per strumenti
a fiato in diverse combinazioni. La Serenata per flauto, violino
e viola in Re maggiore op. 25 fu composta tra il 1795 e il
1796; nell'estate del 1802, la versione originale della Serenata,
il cui manoscritto è purtroppo andato perduto, venne
pubblicata dall'editore Cappi a Vienna, e riscosse un tale
successo che nel dicembre del 1803 le case editrici Hoffmeister
e Kühnel di Lipsia ne approntarono una riduzione per
flauto e pianoforte realizzata probabilmente da Ferdinand
Ries (1784-1838) o da Franz Xaver Kleinheinz (1765-1832) e
corretta dallo stesso Beethoven prima della pubblicazione.
Ci troviamo di fronte alla scelta di un organico
insolito, dal momento che manca un vero e proprio strumento
basso, che sia ad arco o fiato, e per via di questa scelta
la tessitura si protende inevitabilmente verso l'acuto. La
struttura libera, in sette movimenti, e il carattere leggero
e spontaneo fanno sì che questa serenata risenta notevolmente
degli influssi del divertimento settecentesco. Un primo riferimento
agli antichi divertimenti lo abbiamo nell'Entrata, introdotta
dal flauto che saltella sulle note dell'accordo spezzato di
Re maggiore, che per il suo carattere baldanzoso rievoca la
marcia che accompagnava l'ingresso dei suonatori. Seguono
poi un Minuetto con due Trii, il primo dei quali eseguito
solo da violino e viola, un Allegro molto, che a dispetto
dell'indicazione di tempo ha comunque un andamento alquanto
ameno, e un Andante con variazioni, il cui tema venne poi
successivamente pubblicato come brano vocale autonomo. Il
movimento successivo si sviluppa su un ritmo puntato che,
dopo la parentesi dell'Adagio, sfocia nel travolgente finale.
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